martedì, 19 maggio 2009

                      ri(presa)
Forse dovevo lasciar passare un po' di tempo per riflettere, prendere le misure e ponderare bene cosa fare della mia vita, insomma licenziarsi senza prospettive in questo preciso momento storico non è propriamente un gesto tipico di una persona sana di mente. Dopo diversi mesi di riflessione sono giunta alla seguente conclusione:
Ogni essere umano raggiungerà la sua autorealizzazione quando avrà completamente e definitivamente deluso le aspettative che i suoi genitori avevano su di lui.

dinosaur

 

Ci ho messo circa 33 anni, ma ormai posso quasi dire di esserci pienamente riuscita.

 

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lunedì, 12 gennaio 2009

Un post(o) diverso
tukuche

Capita sempre così, ogni volta che parto poi alla fine non voglio più tornare.

La scena è sempre la stessa, in fila al check in a testa bassa e con muso lungo aspetto il mio turno come un condannato in attesa di giudizio, butto sul tapis roulant il mio zaino, afferro il mio biglietto e me ne vado senza proferire parola.

Nell’attesa della partenza le frasi che mi sento dire sono sempre le stesse. “Ma si, dai che ritorniamo la prossima estate, stai tranquilla”, ma infondo a te stesso lo sai benissimo che non è vero così fai un mezzo sorriso tirato e cerchi di fingere di stare bene.

Questa volta però è diverso.

Questa volta è davvero diverso.

In Nepal ho lasciato un pezzo del mio cuore, l’aria che non mi è mancata a 4000 metri, mi manca adesso, adesso che sono a Roma nella mia stanza e sento la gola strozzata e l’ossigeno rarefatto.

 

Giorno 1: Kathmandu ore 18.50 p.m

L’impatto è violentissimo, la città è completamente al buio, i maoisti hanno stabilito un programma di risparmio energetico che prevede 12 ore di black out al giorno.

Le strade sono di terra, frastuono assordante di centinaia di clacson, mentre il taxi sobbalza tra una frenata improvvisa e l’altra decine di moto si incastrano tra le macchine bloccate, mucche, cani e persone si muovono come un immenso e lento fluido mescolandosi tra le autovetture proiettando inquietanti ombre, mentre tutto intorno bruciano ogni dove cumuli di immondizia. L’aria è completamente satura di fumo e polvere sospesa.

 

Giorno 5: Poon Hill 3200 metri ore 6.53 a.m

E’ il 25 dicembre, la sveglia suona alle 4 del mattino, nella stanzetta della guest house di Gorapani la temperatura è intorno ai 2 gradi, le mani mi tremano talmente tanto che non riesco quasi a vestirmi, fuori è buio pesto.

Iniziamo la salita a quota 2700 uno dietro l’altro ognuno armato di piletta elettrica, il sentiero è ghiacciato ed i gradoni di roccia sono altissimi, i giapponesi in fila indiana mi sorpassano silenziosamente, sono circa una ventina, ognuno di loro ha una fascia sopra il cappello con torcia accesa annessa e con le mani libere si arrampicano diligentemente lungo il sentiero, io guardo la mia pila nella mano sinistra e mi sento stupida.

Dopo una ventina di minuti inizio ad avvertire i primi conati di vomito, mi tremano le gambe e mi gira la testa, sul mio cappello e sui guanti si è formato un sottile strato di ghiaccio.

Ogni tanto alzo lo sguardo verso la vetta che non si vede e scorgo solo un lunga lingua sinuosa di lumini che ondeggiano.

Alle 6 e 20 mi fermo per la sesta volta piegata dalle contrazioni allo stomaco e dai giramenti di testa, sono sul punto di mollare ma Som la nostra guida nepalese insiste nel dirmi che manca poco e che ce la devo fare, mi convince dicendomi che arrivati a Poon Hill c’è un piccolo punto di ristoro dove posso bere del the bollente.

Alle 7.03 sono in vetta, stringo tra le mani una tazza incandescente di black thea, sono sopravvissuta e davanti a me i primi raggi dell’alba illuminano i tre giganti della terra: l’Annapurna sud, il Dhaulagiri ed il Machhapuchhare, il cuore trabocca di gioia mentre scherzo con  E. e Som sul mio scampato edema celebrale. Ho scoperto una cosa nuova di me, mai partire la mattina senza aver fatto prima colazione.

 

Giorno 10:  Kagbeni 2810 metri ore 16.15

Tra le mura diroccate di un piccolo tempio le rotelle di preghiera cigolano dondolando ad ogni frustata di vento, mentre gironzoliamo tra mani wall e vecchie case di pietra e fango le violente raffiche trascinano via verso le porte del Mustang le nostre risate, oggi io sono la guida, Som è il cliente/turista ed E. è il portatore.

In questo gioco di ruoli mi becco una ramanzina dal mio finto cliente Som per aver scambiato una statua di Shiva per quella di Parvati, mentre fingo di ascoltare per l’ennesima volta chi è l’uno e chi è l’altra, penso che domani toccheremo quota 4000 e che vorrei che questi giorni durassero per sempre.

kagbeni

 

Giorno 14: Pokara – Kathmandu, 200 km ore di pulman 8

E. sta leggendo dalle 8 di questa mattina Q, io non so come faccia a leggere mentre il pulmann sussulta ed ondeggia in maniera continuativa da 3 ore. Som è seduto davanti dentro la cabina del conduttore, se mi sporgo nel corridoio intravedo i suoi capelli corvini.

Dopo la sosta per il pranzo decido di andare dentro la cabina insieme a lui, E. non riesce a staccare gli occhi dal libro.

Nelle restanti 4 ore di viaggio il parabrezza è lo schermo davanti al quale mi scorrono davanti agli occhi come in un film capanne, villaggi, camion fermi in mezzo alla strada, fiumi, cani, newari che mi guardano sbalorditi, campi terrazzati, risaie, banchetti di frutta e verdura, processioni di fedeli, montagne, colline, valli.

 

 

Giorno 19: Bhaktapur Hotel Planet Nepal ore 11.20

I ragazzi nepalesi dello staff del Planet stanno imparando a preparare il pane cotto al forno a legna, io ed E in giardino davanti ad una bella tazza di caffè ascoltiamo rapiti i racconti di Francesco e Roby, gli anni 70 ed i frikkettoni che si perdevano nell’oblio dei fumi di Durban square e qualcuno partiva per un viaggio senza ritorno, l’erba che cresceva sui tetti dei templi a Kathmandu, i maoisti che hanno occupato il Planet trasformandolo in un fortino, l’india ed i suoi sapori, la divisione in caste ed i love marriage come estrema trasgressione, le piantagioni di the, la libera auto-reclusione di Francesco contro il continuo girovagare di Roby, mentre loro chiacchierano a me torna in mente una lontana lezione di Canevacci quando ci parlava di Lévi-Strauss e di Benjamin, gran viaggiatore il primo, assolutamente stanziale il secondo, partendo da metodi così lontani e diversi alle fine arrivano entrambi alle stesse conclusioni ed allora forse alla fine è proprio vero che tutto è sempre un gioco di scambi ed inversioni senza fine, nel momento stesso in cui si cerca una cosa, un significato, si trova il suo opposto e così negli errori e nelle loro scelte talvolta casuali entrambi senza saperlo hanno trovato la loro strada.

 ritorno a jomson

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giovedì, 18 dicembre 2008

Assiomi
mr wiggles

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domenica, 19 ottobre 2008

Ancora una (S)volta

mobasta
La giornata è scivolata via veloce e leggera come i miei pensieri. A volte le cose si mettono in moto da sole e prendono direzioni inaspettatamente sorprendenti e quelle che a volte possono sembrare casualità, si concatenano una dietro l’altra formando una serie inaspettata di eventi.
E'proprio in mezzo a quei cuscinetti di sospensione tra un evento e l’altro che se per un attimo ti fermi ed osservi tutto, quel tutto ti appare improvvisamente e dannatamente chiaro.
La storia che vorrei raccontare inizia 2 anni fa o forse per certi aspetti anche molto prima, ma ora sarebbe troppo lunga da ripercorrere e visto che sono arrivata alla fine penso che la cosa migliore sia proprio ripartire da li.

E’ successo tutto venerdì pomeriggio. Venerdì la giornata è andata storta fin dall’inizio, è andata così storta che per un attimo ho creduto che non ne sarei più uscita, dalle 7 del mattino fino alle 5 del pomeriggio ho fatto tutta una tirata cercando di bilanciare il terremoto rabbioso che avevo dentro, con la lucidità e la razionalità necessarie per gestire tutti gli imprevisti ed i problemi che si sono andati sommando e crescendo nello scorrere delle ore.
Come un automa ho sbrogliato tutte le matasse fino a restituire ad ogni cosa il suo ordine ed alle 5 del pomeriggio tutto aveva ripreso a funzionare a regime, nel preciso istante in cui ho consegnato l’ultimo nastro mancante per completare il puzzle di programmazione del fine settimana ho preso l’ascensore ed anziché tornare nella mia stanza al secondo piano, sono andata al terzo in quella del direttore del personale.
Ed è buffo, dannatamente buffo trovarsi alle 5 del pomeriggio di un venerdì di un insolito e caldo autunno, a dire al tuo direttore del personale che ti sei accorta solo dopo l’ultimo giorno disponibile per firmare l’incentivo all’esodo, di tutta la merda e lo schifo che ti circonda  e che solo in quel preciso istante hai realizzato che non esiste un tempo indeterminato, tutto è sempre e comunque determinato e che non importa della crisi, del ritorno alla precarietà e del fatto che non ho un’alternativa di lavoro immediata.
Ma è ancora più assurdo scoprire che essendo fuori tempo massimo, quella lettera di dimissioni e l’incentivo all’esodo potrò ottenerli soltanto scambiando il mio posto con la buona uscita di una persona che è ancora indecisa se andarsene o restare e quella persona è quella che odio e che ho sempre odiato da quando ho messo piede in quella azienda.
Oggi in questa domenica solitaria e calda mi sono dolcemente cullata in questa sospensione, nell’attesa che domani si delinei l’inizio di un nuovo capitolo di questa storia.
Perché che sia un si o un no, io ormai sono dall’altra parte del fosso.

 

 

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giovedì, 09 ottobre 2008

                 Dis(soluzioni)

dissoluzioni

Ho pranzato con il solito panino di plastica al gusto tonno e con una pinta di melanconia.

Mentre rifacevo il percorso all’inverso per rientrare dalla mia ora d’aria ho pensato a tante cose ed ho avuto quasi l’impressione che tutti quei pensieri fossero legati ad un filo e tenuti insieme come tanti palloncini, ero li che camminavo tirandomeli dietro e loro che fluttuavano eterei sopra la mia testa.

Un attimo prima di rientrare ho tirato un sospiro e li ho lasciati volare via tutti…Tutti tranne uno.

Tirando l’ultima boccata di nicotina ho alzato lo sguardo giusto in tempo per vedere quel unico pensiero piombarmi in testa come una secchiata di gelato sciolto. Avrei voluto raccoglierlo e tirarmelo via, ma alla fine me lo sono ritrovato appiccicato ovunque e così ho iniziato a contaminare tutto l’ambiente intorno a me spargendone con grande accuratezza frammenti sul pavimento...chissà se chi dico io non se ne accorga e ci scivoli sopra.

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lunedì, 06 ottobre 2008

Io amo questo orsetto

Mr Wiggles

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martedì, 23 settembre 2008

Un otra cerveza por favor
zapata-rivera

Di ritorno dal Messico mi porto dentro un miliardo di cose: le recinzioni elettriche delle case di città del messico, l’acqua verde dei cenote, il tassista cantante di mariachi, il sapore del mezcal, i controlli della polizia sugli autobus, l’odore dolce della cannella, il caldo ossessivo della giungla, l’acquazzone di San Cristobal e le sue vie trasformate in fiumi, i bimbi indios che ci assaltano, la posada jovel con la sua umidità, la torta al cioccolato dello Zamas, le risate con i ragazzi di Salsomaggiore, il placido nuoto con lo squalo balena, le strade bianche di holbox, la macchinina da golf, un otra cerveza por favor, la notte a Monterrey a sperare di sopravvivere ad un aereo guasto, le icone della Madonna di Guadalupe, una quesadilla, il castillo di chichen itza, l’autobus perso per campeche, la colazione al Manana, i grattacieli violenti di Cancun, Corrada e Renato, i colori del Mawimbi, la boquinette, il miraggio dei villaggi zapatisti, l’orina di puzzola per combattere i reumatismi, Ornella e la sua nonna etiope.

Ma più di tutto mi porto dentro uno squarcio su questo mondo che non riesco più a ricucire e giorno dopo giorno si allarga sempre di più.

Rivoglio la mia terra e la mia libertà.

 

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venerdì, 28 marzo 2008

La genesi:
in principio fu l’ovetto killer

ovetto killer

 

Non ricordo bene come e quando è iniziato tutto, quello che so è che un bel giorno mi sono ritrovata a fissare inerme i resti di un neurone morto stecchito da cui sgocciolavano alcuni lembi di un pensiero ormai senza vita.

Attorno a quei tristi resti una moltitudine di altri neuroni fissavano la scena ammantati di un atterrito silenzio.

Non ci volle molto a capire che si trattava di omicidio.

Questa consapevolezza portò me e tutti i neuroni direttamente sul lettino dell’analista. Prima o poi il colpevole sarebbe dovuto uscire fuori.

Passarono 2 anni in cui uscì fuori di tutto, (dal sogno mai realizzato di essere Raffaella Carrà, alla mia smodata passione per i nani da giardino, all’odio verso i pantaloni a coste di velluto bordeaux), tranne che la vera identità del killer, anzi a dirla tutta più il tempo passava più io ed i miei neuroni avevamo dimenticato dell’omicidio e del suo responsabile.

In compenso i due anni dall’analista furono semplicemente fantastici, mi insegnarono a trovare il modo di tirare fuori i problemi e di riuscire sempre ad identificare il colpevole di turno sul quale scaricarli senza dovermi sentire responsabile.

La scoperta di questo meccanismo fece si che la storia dell’omicidio e del killer che era poi il principio di tutto, finì per essere archiviata negli x-files ed io ed i neuroni iniziammo a vivere una nuova esistenza fatta di allegre scorribande tra campi di pannocchie e notti capovolte al sapore di vino al gusto Chianti.

 

To be continued…

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mercoledì, 26 marzo 2008

         Istruzioni di s(montaggio)
eureka

Dopo aver staccato la spina al cervello per circa 14 mesi, 2 settimane e 3 giorni, è giunto il momento di riattaccarla.
Ed è subito corto circuito!

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mercoledì, 09 gennaio 2008

            QUESTO NON E' UN POST

catena
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