Un post(o) diverso

Capita sempre così, ogni volta che parto poi alla fine non voglio più tornare.
La scena è sempre la stessa, in fila al check in a testa bassa e con muso lungo aspetto il mio turno come un condannato in attesa di giudizio, butto sul tapis roulant il mio zaino, afferro il mio biglietto e me ne vado senza proferire parola.
Nell’attesa della partenza le frasi che mi sento dire sono sempre le stesse. “Ma si, dai che ritorniamo la prossima estate, stai tranquilla”, ma infondo a te stesso lo sai benissimo che non è vero così fai un mezzo sorriso tirato e cerchi di fingere di stare bene.
Questa volta però è diverso.
Questa volta è davvero diverso.
In Nepal ho lasciato un pezzo del mio cuore, l’aria che non mi è mancata a 4000 metri, mi manca adesso, adesso che sono a Roma nella mia stanza e sento la gola strozzata e l’ossigeno rarefatto.
Giorno 1: Kathmandu ore 18.50 p.m
L’impatto è violentissimo, la città è completamente al buio, i maoisti hanno stabilito un programma di risparmio energetico che prevede 12 ore di black out al giorno.
Le strade sono di terra, frastuono assordante di centinaia di clacson, mentre il taxi sobbalza tra una frenata improvvisa e l’altra decine di moto si incastrano tra le macchine bloccate, mucche, cani e persone si muovono come un immenso e lento fluido mescolandosi tra le autovetture proiettando inquietanti ombre, mentre tutto intorno bruciano ogni dove cumuli di immondizia. L’aria è completamente satura di fumo e polvere sospesa.
Giorno 5: Poon Hill 3200 metri ore 6.53 a.m
E’ il 25 dicembre, la sveglia suona alle 4 del mattino, nella stanzetta della guest house di Gorapani la temperatura è intorno ai 2 gradi, le mani mi tremano talmente tanto che non riesco quasi a vestirmi, fuori è buio pesto.
Iniziamo la salita a quota 2700 uno dietro l’altro ognuno armato di piletta elettrica, il sentiero è ghiacciato ed i gradoni di roccia sono altissimi, i giapponesi in fila indiana mi sorpassano silenziosamente, sono circa una ventina, ognuno di loro ha una fascia sopra il cappello con torcia accesa annessa e con le mani libere si arrampicano diligentemente lungo il sentiero, io guardo la mia pila nella mano sinistra e mi sento stupida.
Dopo una ventina di minuti inizio ad avvertire i primi conati di vomito, mi tremano le gambe e mi gira la testa, sul mio cappello e sui guanti si è formato un sottile strato di ghiaccio.
Ogni tanto alzo lo sguardo verso la vetta che non si vede e scorgo solo un lunga lingua sinuosa di lumini che ondeggiano.
Alle 6 e 20 mi fermo per la sesta volta piegata dalle contrazioni allo stomaco e dai giramenti di testa, sono sul punto di mollare ma Som la nostra guida nepalese insiste nel dirmi che manca poco e che ce la devo fare, mi convince dicendomi che arrivati a Poon Hill c’è un piccolo punto di ristoro dove posso bere del the bollente.
Alle 7.03 sono in vetta, stringo tra le mani una tazza incandescente di black thea, sono sopravvissuta e davanti a me i primi raggi dell’alba illuminano i tre giganti della terra: l’Annapurna sud, il Dhaulagiri ed il Machhapuchhare, il cuore trabocca di gioia mentre scherzo con E. e Som sul mio scampato edema celebrale. Ho scoperto una cosa nuova di me, mai partire la mattina senza aver fatto prima colazione.
Giorno 10: Kagbeni 2810 metri ore 16.15
Tra le mura diroccate di un piccolo tempio le rotelle di preghiera cigolano dondolando ad ogni frustata di vento, mentre gironzoliamo tra mani wall e vecchie case di pietra e fango le violente raffiche trascinano via verso le porte del Mustang le nostre risate, oggi io sono la guida, Som è il cliente/turista ed E. è il portatore.
In questo gioco di ruoli mi becco una ramanzina dal mio finto cliente Som per aver scambiato una statua di Shiva per quella di Parvati, mentre fingo di ascoltare per l’ennesima volta chi è l’uno e chi è l’altra, penso che domani toccheremo quota 4000 e che vorrei che questi giorni durassero per sempre.

Giorno 14: Pokara – Kathmandu, 200 km ore di pulman 8
E. sta leggendo dalle 8 di questa mattina Q, io non so come faccia a leggere mentre il pulmann sussulta ed ondeggia in maniera continuativa da 3 ore. Som è seduto davanti dentro la cabina del conduttore, se mi sporgo nel corridoio intravedo i suoi capelli corvini.
Dopo la sosta per il pranzo decido di andare dentro la cabina insieme a lui, E. non riesce a staccare gli occhi dal libro.
Nelle restanti 4 ore di viaggio il parabrezza è lo schermo davanti al quale mi scorrono davanti agli occhi come in un film capanne, villaggi, camion fermi in mezzo alla strada, fiumi, cani, newari che mi guardano sbalorditi, campi terrazzati, risaie, banchetti di frutta e verdura, processioni di fedeli, montagne, colline, valli.
Giorno 19: Bhaktapur Hotel Planet Nepal ore 11.20
I ragazzi nepalesi dello staff del Planet stanno imparando a preparare il pane cotto al forno a legna, io ed E in giardino davanti ad una bella tazza di caffè ascoltiamo rapiti i racconti di Francesco e Roby, gli anni 70 ed i frikkettoni che si perdevano nell’oblio dei fumi di Durban square e qualcuno partiva per un viaggio senza ritorno, l’erba che cresceva sui tetti dei templi a Kathmandu, i maoisti che hanno occupato il Planet trasformandolo in un fortino, l’india ed i suoi sapori, la divisione in caste ed i love marriage come estrema trasgressione, le piantagioni di the, la libera auto-reclusione di Francesco contro il continuo girovagare di Roby, mentre loro chiacchierano a me torna in mente una lontana lezione di Canevacci quando ci parlava di Lévi-Strauss e di Benjamin, gran viaggiatore il primo, assolutamente stanziale il secondo, partendo da metodi così lontani e diversi alle fine arrivano entrambi alle stesse conclusioni ed allora forse alla fine è proprio vero che tutto è sempre un gioco di scambi ed inversioni senza fine, nel momento stesso in cui si cerca una cosa, un significato, si trova il suo opposto e così negli errori e nelle loro scelte talvolta casuali entrambi senza saperlo hanno trovato la loro strada.
